tracce II

La Wunderkammern dedicata a Alessandro de Leo, che presenta alcuni lavori appartenenti alla serie Tracce II, offre l’occasione di ammirare il percorso dell’artista, l’evoluzione della sua opera e il legame tra questa serie e la precedente Tracce, che è presente nell’ebook. Nella prima serie possiamo osservare volti che compaiono, epifanici, dal buio, di cui emergono i primi tratti somatici, giochi di scarsa luce che permettono di distinguere nel buio spesso in cui sono immersi solo alcuni dei caratteri che ci fanno associare una persona ad un volto. Si tratta di un equilibrio labile tra il mostrarsi ed il nascondersi, tra l’abbandonarsi all’oblio nero dello sfondo e permettere alla luce di dis-velarci, di squarciare il velo di Maia e di offrirci all’osservatore come rappresentazione. L’espressione del viso, ciò che ci caratterizza e rende intellegibili i nostri sentimenti (“gli si legge in faccia”, diciamo spesso) si intuisce senza vedersi veramente, lasciando sospeso il nostro giudizio, lasciandoci solo delle tracce.

L’effetto simbolico della traccia, il suo rimandare-ad-altro che non è lì nel momento, il suo rimandare a quell’attimo in cui la traccia viene lasciata, è ciò che caratterizza la serie seguente (Tracce II). In queste foto de Leo cattura una porzione più generosa dei visi che mette in scena, li fa emergere maggiormente dal buio, ma frappone poi una barriera trasparente, che finisce ancora una volta per rendere difficile la comprensione profonda delle espressioni dei suoi soggetti. I visi appaiono deformati, compressi tra il buio da cui emergono e la barriera trasparente che li ferma. È quasi come se fossero premuti contro l’obiettivo della macchina fotografica, finendo per essere non più comprensibili nella loro ansia di mostrarsi in maniera eccessiva. Il fotografo sembra voler fermare l’attimo in cui il corpo lascia il segno, in cui lascia la propria traccia sul vetro e al contempo viene catturato (e lascia una traccia) sulla pellicola. Alla contrapposizione nascondersi/mostrarsi viene aggiunto un nuovo termine, col deformarsi del viso, quasi a simboleggiare l’impossibilità di essere compresi fino in fondo, l’ineluttabilità del nostro osservare attraverso filtri gnoseologici, il non poter mai guardare le cose “come sono realmente”.

Le due serie di opere si parlano e ci parlano, ci mostrano qualcosa di noi e ci spingono a porci delle domande su come conosciamo e come ci facciamo conoscere, domande quanto mai attuali nell’epoca di sovracomunicazione in cui viviamo.

Aldo Torrebruno

novembre 2016


striscia di grano

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"In un vastissimo prato verde sulle Murge una striscia di grano non ancora maturo conduceva ad un albero solitario. La luce del tramonto ha reso dorate le spighe non ancora gialle. Ho accentuato il contrasto cromatico in postproduzione".

La natura, è banale dirlo, è in grado d'offrire spettacoli meravigliosi, ma il fatto in sé non basta: ci vuole un fotografo in grado di coglierne l'essenza e trasformarla in immagine. In questa fotografia, allo stesso tempo energica e delicata, composizione, esposizione e profondità di fuoco concorrono a regalarci un colpo d'occhio emozionante.

 

Fotografia Reflex

febbraio 2013


Tracce

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Se dovessimo lanciare uno sguardo sulla produzione fotografica di Alessandro de Leo, vedremmo una forte accezione formale delle sue composizioni. L’attenzione al dettaglio, dalla sua ricerca e alla sua messa in evidenza, si rivela anche all’occhio profano.

Tra i generi preferiti campeggia il ritratto in studio. La sua ricerca si è svolta nell’ultimo anno di lavoro, nel tentativo di giungere ad una sintesi decisa. L’evoluzione della capacità di giostrare la luce nella maniera opportuna ha portato ad una progressiva eliminazione del superfluo. Tutto ciò che era in eccesso è stato rimosso e, se inizialmente sono state messe in ombra solo alcune parti del soggetto e se tutti i toni di grigio erano presenti nelle sue fotografie rigorosamente in bianco e nero, questa volta ciò che Alessandro de Leo ci propone è diverso.

La serie presentata offre una visione nuova dei suoi modelli, trattati alla stregua di oggetti. Non è fondamentale capire chi ha posato davanti all’obiettivo di de Leo e non è nemmeno indispensabile discernere se si tratti di un uomo o di una donna. Essenzialmente è difficile riuscire ad individuare il volto del soggetto e riconoscerlo, ma è possibile rivelarne delle tracce, sezioni, dettagli, che si lasciano disegnare dalla luce, proveniente dall’alto, su uno sfondo nero, uno sfondo che sembra quasi inghiottire anche chi è semplice spettatore dell’esposizione.

Niente è nitido, difficilmente si riesce a distinguere chiaramente cosa la luce sceglie di svelare. Quasi come un buco nero, il buio invade il nostro sguardo, ma il tentativo di mettere a fuoco ciò che è sulla superficie fotografica non resta vano. È là, la trama riesce ad emergere e una traccia ci dona le coordinate per osservare questi insoliti ritratti. Il nostro sguardo non viene mai attraversato da quello del soggetto, troppo in ombra per poter emergere. Anche quando i volti sono frontali, l’oscurità divora ogni contatto. A regnare sembra quasi una sorta di incomunicabilità con chi è spettatore.

Analizzando la tecnica fotografica utilizzata, questa è capace di amplificare il semplice concetto di ‘trama’: la pellicola conserva ancora proprietà materiche ben diverse dalla moderna tecnica digitale. Senza nulla togliere all’evoluzione tecnica, il contatto con quella particolare manualità propria della macchina fotografica analogica e dei procedimenti di sviluppo e stampa in camera oscura possiedono una particolare aura e una dimensione altra.

La mostra ci pone davanti una serie di interrogativi che non trovano risposte concrete, ma che, forse, ci spingono a cercare riscontri nel nostro vissuto.


Dott.sa Lucrezia Modugno

22 luglio 2012